Mercoledì Santo 8 aprile 2020 – ore 20,00
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L’articolo che segue è tratto dalla rivista online PSALLITE al numero di Gennaio 2018

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LITURGIA DELLE TENEBRE

Per comporre musiche sacre ispirate alla sofferenza ed alla morte (siano mottetti penitenziali o responsi della Settimana Santa o passioni o improperia o qualsivoglia altro suggetto similare), doverebbe star avvertito il compositore di non fare solo musica buia e arabbiata in falsa larghezza, forzando la penna oltr’il naturale, perché per i sentimenti di dolore o di preghiera penitente o di pianto le oportune armonie et i sani contrapunti non dovrebbon perdere mai la luce, la vaghezza e l’affectione (come dev’essere per i divoti che anche ne’ patimenti giamai scordano la speranza) avendo cura particularissima degli accidenti e delle pause (che della musica sono il colore e ’l respiro): doverebbe insomma la composizione riescir naturale e profonda”.

Sono le parole di Giovanfrancesco Beccatelli, maestro di Cappella del duomo di Prato, che nel 1704, prova a dare una spiegazione sulla profonda relazione tra musica e Liturgia delle Tenebre. La liturgia delle Tenebre è una delle tante liturgie meravigliose della Settimana Santa, che non sempre riceve abbastanza attenzione, benchè sia una liturgia celebrata da cattolici, così come da anglicani, protestanti e alcune Chiese ortodosse.

Essenzialmente consiste nel canto della Liturgia delle Ore per gli ultimi tre giorni di Quaresima. Le ore liturgiche del Mattutino e Lodi (Ufficio delle Letture e delle Lodi) per il Giovedi Santo, il Venerdì Santo e il Sabato Santo in genere vengono anticipate alla sera prima e celebrate a lume di candela. Mattutino e Lodi sono costituiti da salmi, antifone e letture che mettono in risalto i sacri misteri della Settimana Santa. La celebrazione, concentrandosi sulla morte di Gesù, ha un tono triste e solenne.

In ogni giorno di Tenebrae (Mercoledì Santo, Giovedi Santo e Venerdì Santo) viene acceso uno speciale candelabro triangolare (chiamato “Saetta”) che tradizionalmente regge 15 candele. Durante la liturgia, le candele si spengono una alla volta, dopo il canto dei Salmi, sino a lasciarne una sola accesa nell’ultimo Ufficio, quell’unica candela nascosta dietro l’Altare, unica luce nelle tenebre, presagio alla Resurrezione. Questa liturgia ha avuto nella storia antica, particolare rilevanza per gli innumerevoli segni e tradizioni che ha sviluppato nei secoli. La musica ne ha determinato importanza assoluta, a tal punto che con l’affermarsi del rito e il continuo adattamento alle tradizioni territoriali, sono stati introdotti usi e riflessioni diverse, accentuando questa profonda preghiera e meditazione sui dolori di Cristo in croce. E’ proprio nei riti del Venerdì Santo che si sviluppano varie espressioni liturgiche e extraliturgiche che caratterizzano il “giorno delle tenebre”.

Nascono le tradizionali venerazioni e contemplazioni delle piaghe e delle parole di Cristo in Croce, una tradizione che porterà dal Medioevo ai giorni nostri, ogni espressione legata ai riti della Settimana Santa, comprese iconografie e statue. Grandi musicisti si sono avvicendati nella rappresentazione musicale di tali espressioni, tra questi vorrei citare Dietrich Buxtehude, grande organista e compositore tedesco della fine del seicento, che ha dedicato il suo Membra Jesu Nostri, oratorio in sette cantate, alle sette piaghe di Cristo in Croce.

L’opera scritta nel 1680, è definita come il primo oratorio protestante della storia della musica, su un interessante lavoro di composizione testuale che fa riferimento alle antiche scritture e alla Ritmica Oratio di Bernardo di Chiaravalle.

Ad ogni cantata corrisponde una piaga, riflessa e meditata attraverso l’alternanza di versi biblici e il poema, in una struttura singolare ed univoca per tutte le cantate.

Sinfonia strumentale Coro Aria solistica o a tre voci con ritornello strumentale Coro Finale (ripetizione del precedente)  

La struttura testuale rievoca il confronto tra il testo di Bernardo e le antiche scritture, sottolineando l’evidente profetica visione del percorso verso la salvezza.

Cantata Titolo Testo della Bibbia Sacre Scritture Testo della Rhythmica Oratio
I Ad pedes  Ecce super montes  Num 2, 1 Salve, mundi salutare
II  Ad genua  Ad ubera portabimini  Isaia 66, 12 Salve Jesu, rex sanctorum
III  Ad manus  Quid sunt plagae istae  Zaccaria 13, 6 Salve Jesu, pastor bone
IV  Ad latus  Surge amica mea  Cantici 2, 13-14 Salve latus salvatoris
Ad pectus  Sicut modo geniti  1Pietro 2, 2-3 Salve salus mea, deus
VI  Ad cor  Vulnerasti cor meum  Cantici 4, 9 Summi regis cor aveto
VII  Ad faciem  Illustra faciem tuam  Salmi 31, 17 Salve, caput cruentatum

Ma l’aspetto forse più interessante e profondo di questo capolavoro, va scoperto attraverso le scelte legate alla strumentazione ed alle scelte tonali che rivelano una chiara intenzione dell’autore a portarci verso un obiettivo ben definito.

In tutte le cantate la strumentazione mantiene lo standard dei due violini e basso continuo, dove gli strumenti assumono un’importanza narrativa e meditativa di grande rilievo. Ne sono segno le sonate strumentali per introduzione ad ogni cantata ed i ritornelli che dividono le arie all’interno delle stesse cantate. Il valore semantico e a volte onomatopeico degli strumenti, riprende la tradizione dell’uso dello strumento al pari della voce, come segnalano i molteplici trattati tardo rinascimentali e del primo seicento. L’uso dello strumento che imita la voce, non solo nel suo aspetto tecnico, articolatorio ed espressivo, ma anche retorico e affettivo.

Ne sono esempio la sonata introduttiva della prima cantata “Ad pedes”, con il tratto melodico proteso verso il movimento, come nel percepire dei passi dinamici, interrotti improvvisamente da accordi fermi a note bianche. Così come nella seconda cantata “Ad genua”, ancora nella sonata iniziale che l’autore definisce “in tremulo”, le continue armonie con le note ribattute nell’arco, a sottolineare il tremare delle ginocchia.

Nella sesta cantata “Ad cor”, l’autore adotta un nuovo organico strumentale, per una scelta chiaramente simbolica: un consort di cinque viole da gamba con basso continuo. La viola da gamba, lo strumento forse più rappresentativo di tutta la tradizione musicale secentesca, con il suo suono suadente e le grandi possibilità dinamiche e coloristiche create dal suo ampio registro, identifica il suono intimo del dolore del cuore. Il coro affidato solo alle voci dei due soprani e i bassi, lascia lo spazio del registro centrale alle viole, che ne delineano un colore emozionante, a volte dialogando con le voci, a volte riempiendo gli spazi vocali necessari. Un atmosfera quasi madrigalistica, di espressività profonda, ma sempre in reale dialogo con il testo, di bellezza superiore. Di particolare intensità, l’inizio vocale con le dissonanze tra i due soprani e la profondità della voce del basso nella frase “vulnerasti cor meum”, dove l’assenza delle viole e il basso fermo, sembrano aprire il sipario ad una profonda piaga dell’anima. Subito in contrasto l’aria “summit regis cor aveto” di grande movimento, che invita le viole ad un ritornello di suggestivo dinamismo. Ancora di grande stupore l’ingresso dell’aria del basso “viva cordis voce clamo”, il grido marziale di perdono dell’uomo, al cuore trafitto di Gesù.

Mi preme, ancora, sottolineare un altro elemento di indubbio valore e che spiega nel dettaglio, il valore retorico ed espressivo delle scelte compositive, in quest’opera: le scelte tonali.

Do min Mib Sol min Re min La min Mi min Do min

Si nota innanzitutto la forma simmetrica dove l’ultimo brano ha la stessa tonalità del primo, così come all’interno di ogni cantata il coro iniziale è ripetuto in coda per chiudere.

Già nell’ordine strutturale delle cantate e quindi delle piaghe, si nota un percorso che guarda dal basso verso l’alto, cioè da “ad pedes” a “ad faciem”, così come le scelte tonali si muovono per quinte in senso sempre ascendente. Quasi ad indirizzare lo sguardo e la riflessione dell’ascoltatore a seguire questo cammino dal basso verso l’alto, un percorso se vogliamo anche teologico che ci porta dal dolore dei primi accordi, all’esaltante Amen finale, profezia della luce immensa di Resurrezione.

Questo meraviglioso brano che costella l’infinita produzione storica della musica per la passione, vive nelle sue maglie più profonde, quello spirito di fede e di devozione tipicamente barocche, che portano l’ascoltatore di ogni tempo, alla riflessione dei dolori di Cristo, una meditazione ed una preghiera, che a mio parere andrebbe recuperata, attraverso momenti di ascolto o esecuzioni, che nella settimana santa, più di ogni parola, possono aiutare il fedele a vivere da vicino la preghiera e a recuperare quell’aspetto di stupore e riflessione, che il caos quotidiano ci impedisce di vivere.

Sabino Manzo